Gli Stati Uniti hanno annunciato attacchi contro obiettivi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Secondo il Comando centrale Usa, i raid sono una risposta ai tentativi attribuiti a Teheran di colpire il traffico mercantile nello Stretto e il personale militare americano nella regione.
L’annuncio è arrivato alle 18 di martedì 1 settembre, ora italiana. L’emittente statale iraniana Irib ha riferito di diverse esplosioni a est di Bandar Abbas e sull’isola di Qeshm, nell’area dello Stretto. Un esponente del governatorato di Hormozgan ha dichiarato che, al momento, non risultavano feriti o incidenti.
Il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che gli Stati Uniti stavano colpendo obiettivi iraniani vicino a Hormuz e ha minacciato una nuova offensiva nel caso di una reazione da parte di Teheran. Trump ha definito i raid “massicci e potenti” e li ha collegati a un presunto tentativo iraniano di posizionare mine navali nello Stretto e al lancio di otto missili contro una base americana in Giordania, che secondo il presidente sarebbero stati tutti intercettati.
La risposta iraniana è arrivata dal portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebi, che ha promesso una “punizione severa” per gli aggressori e ha sostenuto che gli Stati Uniti si pentiranno degli attacchi.
Le notizie sui raid hanno avuto ripercussioni immediate sui mercati. Wall Street procedeva in calo, mentre il petrolio a New York guadagnava il 4,54%, avvicinandosi ai 90 dollari al barile. I dati riportati dalla fonte fotografano una situazione ancora in evoluzione.
Nel frattempo, l’ambasciata statunitense in Israele ha diffuso un’allerta sulla sicurezza, invitando i cittadini americani presenti in Medio Oriente a mantenere una maggiore vigilanza. L’avviso segnala anche il rischio di cancellazioni dei voli, chiusure dello spazio aereo e interruzioni dei collegamenti.
Sullo sfondo resta la crisi energetica iraniana. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invitato la popolazione a ridurre i consumi di benzina. Il blocco navale statunitense e la difficoltà di importare carburante avrebbero aggravato una situazione già segnata da una produzione nazionale giudicata insufficiente e da lunghe code alle stazioni di servizio.

