Return hub, cinque Paesi Ue puntano all’Africa: l’Italia resta fuori

Return hub, cinque Paesi Ue puntano all’Africa: l’Italia resta fuori

Cinque Paesi dell’Unione europea stanno lavorando alla creazione di un “return hub” in Africa per trasferire persone colpite da un provvedimento di rimpatrio. L’iniziativa coinvolge Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel cosiddetto “Gruppo dei Cinque”. La Commissione europea partecipa agli incontri in qualità di osservatrice.

Secondo il ministro danese dell’Immigrazione Morten Bødskov, i primi trasferimenti potrebbero avvenire entro la fine del 2027. Il Paese partner non è stato indicato. Tra le ipotesi citate figurano Kenya, Ruanda e Uganda, ma i contatti con Nairobi non avrebbero prodotto risultati. Con Kampala sarebbe stato discusso anche un possibile progetto pilota, mentre il Ruanda resterebbe l’alternativa principale.

L’obiettivo dichiarato è raggiungere un partenariato entro il 2026 e renderlo operativo l’anno successivo. Bødskov ha definito l’accordo un’intesa che dovrà essere “reciprocamente vantaggiosa”. Le informazioni sul possibile coinvolgimento dell’Uganda, compresa la capacità di accoglienza ipotizzata, provengono da indiscrezioni riportate dal quotidiano greco Kathimerini e non risultano confermate nel materiale disponibile.

Come funzionerebbero i return hub

Il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri, approvato dal Parlamento Ue il 17 giugno ma non ancora formalmente entrato in vigore, prevede la possibilità di trasferire una persona destinataria di un rimpatrio anche in uno Stato terzo disposto ad accoglierla sulla base di un accordo.

Il Paese terzo potrebbe rappresentare una tappa temporanea, in attesa del rimpatrio successivo, oppure la destinazione finale. La misura non si applicherebbe ai minori non accompagnati. Per diventare operativa, la normativa deve ancora essere adottata formalmente dal Consiglio dell’Unione europea e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

I dubbi sui diritti umani

Il progetto solleva interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non-refoulement, che vieta di trasferire una persona verso un luogo in cui rischi persecuzioni o trattamenti gravi.

Il commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha chiesto ai cinque governi valutazioni preventive sui rischi, monitoraggio indipendente e continuo, accordi giuridicamente vincolanti sulle garanzie dei diritti umani e un controllo parlamentare e giudiziario effettivo.

Tra i rischi indicati figurano detenzione arbitraria, maltrattamenti, respingimenti verso Paesi non sicuri e difficoltà nell’accesso a rimedi giudiziari. Amnesty International ha avvertito del pericolo che gli hub si trasformino in luoghi sottratti al controllo sui diritti umani.

Sul possibile coinvolgimento del Ruanda pesa inoltre la decisione della Corte Suprema britannica che nel 2023 giudicò illegale il piano di trasferimento dei richiedenti asilo verso il Paese, citando il rischio di respingimenti illegali.

L’Italia non fa parte del gruppo

L’Italia non è tra i cinque Paesi che stanno portando avanti il progetto, nonostante Roma sostenga da tempo l’esternalizzazione delle politiche migratorie. L’8 luglio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva incontrato Bødskov al Viminale per discutere della possibile creazione di hub europei in Paesi terzi sicuri.

In quell’occasione, secondo il materiale disponibile, Piantedosi aveva parlato di una visione largamente convergente tra Italia e Danimarca. Non sono però disponibili ulteriori elementi sull’eventuale partecipazione italiana all’iniziativa.

Il progetto dei cinque governi si discosterebbe dal modello sperimentato dall’Italia in Albania. A Gjadër, infatti, la giurisdizione è rimasta italiana; i return hub prevedono invece il trasferimento di persone irregolari in un Paese terzo disposto ad accoglierle, anche quando non si tratta del Paese d’origine e non esiste un legame precedente con quello Stato.