Case popolari, la Consulta chiede alla Corte Ue se il lavoro possa essere requisito per gli stranieri

Case popolari, la Consulta chiede alla Corte Ue se il lavoro possa essere requisito per gli stranieri

La Corte costituzionale chiede alla Corte di giustizia dell’Unione europea di chiarire se l’Italia possa subordinare l’accesso degli stranieri agli alloggi pubblici al requisito di avere un lavoro. La Consulta ha sollevato la questione con l’ordinanza n. 175, depositata il 22 ottobre 2026, e ha sospeso il giudizio in attesa della risposta dei giudici di Lussemburgo.

La controversia riguarda anche i punteggi assegnati in base alla lunga residenza in Piemonte. Al centro del caso ci sono le regole regionali introdotte nel 2024 per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica.

Il requisito contestato in Piemonte

Per i cittadini non appartenenti all’Unione europea, le norme regionali richiedono un permesso di soggiorno di almeno due anni e lo svolgimento regolare di un’attività lavorativa, subordinata o autonoma.

Il requisito è contestato perché potrebbe escludere dall’accesso alle case popolari proprio persone prive di un reddito da lavoro e quindi in una situazione di maggiore difficoltà economica e abitativa.

Il procedimento è nato davanti al Tribunale di Torino. Sono coinvolti l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, un cittadino straniero, la Cgil Piemonte e i sindacati degli inquilini Sunia e Sicet, contrapposti alla Regione Piemonte e all’Agenzia territoriale per la casa del Piemonte centrale.

Il nodo delle regole europee

La direttiva 2011/98 riconosce, in determinati ambiti, la parità di trattamento ai cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti. La stessa disciplina consente però agli Stati membri di limitare l’accesso all’assistenza abitativa agli stranieri che svolgono un’attività lavorativa.

La domanda sottoposta alla Corte Ue è quindi se l’Italia abbia esercitato validamente questa facoltà. La questione riguarda anche il modo in cui la direttiva è stata recepita nell’ordinamento italiano.

Il requisito del lavoro era già previsto dal Testo unico sull’immigrazione del 1998 ed è stato mantenuto dopo le modifiche del 2002. Nel 2014, quando l’Italia ha recepito la direttiva europea, la disposizione non è stata modificata.

Il rinvio pregiudiziale non rappresenta una bocciatura definitiva delle norme italiane. La decisione della Corte di giustizia Ue servirà a chiarire la compatibilità delle regole con il diritto europeo; solo dopo potrà essere valutata la legittimità della disciplina contestata.