Quattro dei circa 200 ragazzi fermati dalla polizia dopo i disordini nel centro di Milano sono stati rilasciati. I giovani, accusati di aver partecipato ai disordini, hanno lasciato gli uffici della Questura con i propri effetti personali annotati su un foglio e la consapevolezza di poter essere richiamati.
Tra loro c’è Lallo, 18 anni, arrivato dal Lecchese insieme al fratello Lele. I due, che usano soprannomi scelti da loro, vivono con i genitori a Bellano Bonzeno, dove il padre lavora come facchino. Secondo il racconto raccolto da ANSA, hanno raggiunto Milano dopo una chiamata diffusa sui social.
«Quanto è successo è giusto, serve a far capire a chi c’è lassù cosa proviamo noi. È l’unico modo per farsi sentire», ha detto Lallo. Il ragazzo ha respinto l’immagine dei giovani coinvolti nei disordini come persone pericolose: «Non siamo cattivi ragazzi, non è che se ci vedete così siamo cattivi».
La protesta e la precarietà
Alessandro, poco più che maggiorenne, vive a San Donato e fino a un mese fa svolgeva lavori saltuari in nero come muratore. Nel suo passato ci sono anche anni trascorsi in una comunità per minori. Parlando delle ragioni della protesta, lui e gli altri ragazzi hanno indicato soprattutto la difficoltà economica: «Lo stipendio è troppo basso. Vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo».
Alessandro ha sostenuto che «purtroppo è meglio la violenza» perché, a suo dire, le istituzioni non ascolterebbero. I ragazzi intervistati hanno inoltre detto di voler tornare in piazza, dichiarando di non temere le conseguenze e prevedendo che lo scontro continuerà «finché le cose non cambiano».
Nel frattempo, fuori dalla Questura, i giovani cercavano di contattare i genitori. Uno di loro ha chiesto anche aiuto per avvisare la madre attraverso Instagram. Il racconto restituisce così, accanto alle accuse per i disordini e ai danni nel centro cittadino, la confusione dei ragazzi fermati e le motivazioni sociali ed economiche da loro rivendicate.
