L’ibogaina è una sostanza psicoattiva al centro di studi preliminari per possibili applicazioni nel trattamento delle dipendenze e del disturbo post-traumatico da stress. Il tema è tornato all’attenzione dopo la morte, a 27 anni, di Presley Gerber, figlio della modella Cindy Crawford, che in un post pubblicato su Instagram aveva riferito di aver assunto la sostanza.
Non sono però disponibili dettagli sufficienti per stabilire il motivo dell’assunzione né un eventuale collegamento tra l’ibogaina e la morte di Gerber. A sottolinearlo è Riccardo Gatti, psichiatra e coordinatore del tavolo tecnico della Regione Lombardia sulle dipendenze, che ha commentato i rischi generali della sostanza senza riferirsi direttamente al caso.
Che cos’è l’ibogaina
L’ibogaina è un alcaloide psicoattivo presente soprattutto nell’iboga, una pianta originaria dell’Africa e utilizzata nella medicina tradizionale. La sostanza ha effetti allucinogeni ed è stata oggetto di ricerche per verificare una possibile utilità contro alcune dipendenze.
Secondo Gatti, alcuni studi hanno ipotizzato una riduzione del desiderio compulsivo di assumere altre droghe, descritta in modo preliminare come una sorta di “reset” a livello neuronale. Le ricerche, tuttavia, sono ancora sperimentali e condotte su gruppi limitati: non esistono quindi dati definitivi sull’efficacia terapeutica.
Il rischio per il cuore
Il principale motivo di cautela riguarda il sistema cardiovascolare. L’ibogaina può provocare aritmie potenzialmente pericolose, con un rischio che può aumentare in presenza di altri farmaci, tra cui alcuni antidepressivi.
Per questo, spiega lo psichiatra, l’eventuale uso terapeutico degli psichedelici dovrebbe avvenire in ambienti controllati, con supporto psicologico, autorizzazioni specifiche e limiti precisi. L’assunzione autonoma, invece, espone a rischi difficili da valutare.
Ricerca ancora lontana dall’uso clinico
La ricerca sta valutando anche possibili applicazioni per le conseguenze del disturbo post-traumatico da stress, comprese quelle osservate in alcuni veterani di guerra. Ma, secondo Gatti, serviranno ancora anni per capire se queste ipotesi potranno tradursi in trattamenti sicuri ed efficaci.
Il medico segnala infine la crescente promozione degli psichedelici sui social e da parte di alcune realtà imprenditoriali. Il rischio, osserva, è confondere la ricerca scientifica con l’uso non controllato delle sostanze.