La testimonianza di Susanna Stacchini ripercorre la malattia della madre, colpita dall’Alzheimer, e il rapporto costruito negli anni dell’assistenza. Un racconto personale che attraversa la perdita progressiva dei ricordi, ma anche la permanenza di una dolcezza capace di resistere fino alla fine.
Secondo il racconto, i primi segnali comparvero dopo un lutto importante. La donna iniziò a lasciare sigarette accese in casa, dimenticare pentole e caffettiere sui fornelli, riporre la biancheria sporca nei cassetti e stipulare nuovi contratti per le utenze. Continuava però a difendere con ostinazione la propria autonomia.
Con l’aggravarsi della malattia arrivarono momenti di paura e consapevolezza. La figlia racconta di aver potuto offrire soprattutto vicinanza, attraverso abbracci, carezze e parole rassicuranti.
Nel tempo la madre perse il riferimento al passato e al presente. Non riconosceva più luoghi, oggetti e persone della famiglia. Continuava a chiamare la sorella Vera, morta da anni, fino a smettere anche di pronunciarne il nome.
Per Stacchini, tuttavia, la malattia non cancellò completamente la personalità della madre. Il sorriso, le risate e la dolcezza rimasero presenti, insieme a discorsi che diventavano sempre più difficili da comprendere. La donna inventava parole nuove e una lingua personale, che la figlia imparò progressivamente ad ascoltare.
Il rapporto tra le due si trasformò: i ruoli si invertirono e la madre finì per affidarsi completamente alla figlia. Nel ricordo di quei momenti, dolorosi ma anche divertenti e surreali, Stacchini individua un significato per la vita delle persone con Alzheimer e demenze gravi: anche quando i ricordi scompaiono, emozioni e sentimenti possono continuare a essere vissuti.

